Storia del Dipartimento

In questa pagina viene ripercorsa la storia della Facoltà di Scienze politiche, dalla quale nel 2012 è derivato il Dipartimento di Scienze politiche e sociali. Questa sintesi è tratta dall’ampio saggio di  Marina Tesoro, che a lungo ne è stata docente,  edito  in “Almum Studium Papiense. Storia dell’Università di Pavia, vol. III, 1, Il Ventesimo secolo”, Cisalpino, a cura di Dario Mantovani .

I primi anni

Il Dipartimento di Scienze politiche e sociali nasce da quella che fu la Facoltà di Scienze politiche, quinta facoltà dell’Università di Pavia, istituita nel 1926, al fine di «promuovere l’alta cultura nelle discipline politiche e di fornire ai giovani la preparazione scientifica per le carriere pubbliche». Il 15 novembre 1926, nel gabinetto di Fisica dell’Università si svolse la solenne inaugurazione, alla presenza delle autorità accademiche, politiche e di un folto pubblico di studenti e cittadini pavesi. Il Magnifico Rettore, Ottorino Rossi, nel discorso ufficiale, volle sottolineare «la responsabilità morale dei componenti della Facoltà (…) per la promessa fatta al Duce, che ne approvò il programma e ne volle l’attuazione, di farne strumento di diffusione del pensiero italiano e di difesa delle fortune del Paese».

Vittorio Beonio-Brocchieri in una foto degli anni Venti. Laureatosi nel 1926, nel successivo anno accademico diventa professore incaricato del corso di Dottrine politiche contemporanee.

Lo Statuto dell’Università per l’anno accademico 1926/1927 stabiliva che si accedeva alla Facoltà anche dal liceo scientifico, oltre che con il diploma di maturità classica; erano previsti un biennio propedeutico con dieci esami a carattere giuridico ed economico e uno a scelta, fra cui Storia moderna mutuabile da Lettere, e un secondo biennio suddiviso in due sezioni, politico-amministrativa e politico-diplomatica, con dodici esami caratterizzanti. Si prevedeva un’articolazione in tre Istituti, di Politica estera, di Politica economica e di Studi di diritto pubblico, che effettivamente presero a funzionare dal 1928. Per il conseguimento della laurea si richiedeva di aver seguito gli studi per almeno un biennio presso due degli Istituti, oltre la conoscenza di almeno due lingue straniere. I laureati, anche extra Ateneo, in Giurisprudenza e in Scienze commerciali ed economiche, avevano la possibilità di ottenere l’iscrizione al quarto anno sostenendo un numero molto limitato di esami. Una facilitazione che parecchi non si fecero scappare. Per esempio, già laureati in Giurisprudenza erano il ghisleriano Ezio Vanoni, futuro ministro della Repubblica, e Vittorio Beonio-Brocchieri (nella foto a sinistra) che inaugurò la tendenza, poi sempre confermata in futuro, del travaso più o meno diretto e in percentuali non trascurabili dalla coorte degli studenti a quella dei docenti. Nel periodo a cavallo tra gli anni Venti e Trenta numerosi docenti della Facoltà, non diversamente da tanti altri intellettuali attivi all’epoca, dimostravano di percepirsi come protagonisti di una fase “costituente” – di una diversa società, di un nuovo Stato, di diversi rapporti tra individui e istituzioni – e credettero davvero di vivere un’eccezionale ed emozionante stagione, nella quale si sarebbero poste le premesse per assegnare all’Italia una posizione di grandezza e di potenza nello scenario europeo e mondiale. Scienze politiche di Pavia si distinse dalle stesse altre Facoltà sorelle, perché si propose come un laboratorio, o se si vuole un think-tank, nell’analisi dei problemi che ruotavano intorno a due assi portanti: la politica estera e diplomatica e il modello corporativo, applicato all’economia e all’ordinamento dello Stato.

Intanto, iniziarono le pubblicazioni delle due riviste di Facoltà: dal 1926 l’Annuario di Politica estera, al quale fece capo anche una collana di monografie, e dal 1928 gli Annali di Scienze politiche. Le riviste rappresentarono un importante valore aggiunto, perché immediatamente si imposero all’attenzione non soltanto nel panorama accademico, ma anche nel discorso pubblico del tempo, per l’attualità degli argomenti affrontati e per la qualità intellettuale di gran parte dei collaboratori, molti dei quali docenti o assistenti della Facoltà.

Gli anni ’30

Nella seconda metà degli anni Trenta la vita universitaria si fece sempre più regolamentata, controllata e rigidamente sottoposta alle direttive del governo per effetto della “bonifica” attuata dal ministro dell’Educazione Nazionale Cesare Maria De Vecchi. Si assistette a una vera e propria svolta in senso totalitario con variazioni che riguardarono ad esempio la denominazione di Economia politica, che divenne Economia politica corporativa, e di Legislazione sindacale e del lavoro, che divenne semplicemente Legislazione del lavoro.

La Biblioteca della Facoltà di Scienze politiche negli anni Trenta.

In Facoltà il clima generale era profondamente mutato, riflettendo inevitabilmente gli eventi esterni: la guerra d’Etiopia e la proclamazione dell’Impero, la politica autarchica, la partecipazione alla guerra di Spagna, l’Asse Roma-Berlino, il Patto Anti Comintern, l’istituzione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, le leggi razziali.

Alla vigilia della guerra, anche se alcuni docenti come Beonio-Brocchieri o Nino Cortese riuscirono parzialmente a proteggere lo svolgimento della loro didattica dal processo di politicizzazione forzata, la Facoltà (come l’Ateneo), almeno all’apparenza, si presentava del tutto fascistizzata.

Durante la guerra, inevitabilmente, l’Ateneo si spopolò. A Scienze politiche il fenomeno risultò particolarmente evidente, trattandosi di una piccola Facoltà dal punto di vista sia del corpo docente che della comunità studentesca. Trovandosi Pavia nel dominio della Repubblica Sociale Italiana, il R.D. 27 gennaio 1944, n. 58, emesso dal governo Badoglio, che eliminava o sostituiva nell’ordinamento universitario le materie fasciste, non ebbe effetto così come i successivi decreti che sospendevano le iscrizioni alla Facoltà di Scienze politiche e invitavano studenti e professori a trasferirsi a Giurisprudenza. In realtà, la Facoltà di Scienze Politiche di Pavia continuò a funzionare fino alla Liberazione, con regolari sessioni di esami e di laurea.

La presidenza Bruno Leoni

Dopo un breve declassamento a corso di laurea di Giurisprudenza, la Facoltà fu riaperta nel 1948. Il rettore Plinio Fraccaro, pur nutrendo una certa intima diffidenza verso Scienze politiche, aveva voluto accelerare i tempi perché ben consapevole del fatto che l’esistenza di questa unica Facoltà nel sistema universitario pubblico in Lombardia avrebbe recato certo vantaggio all’Ateneo.

Il 4 ottobre 1948 il Consiglio di Facoltà, composto da Ferri, Beonio-Brocchieri e Leoni, nominò Preside quest’ultimo. La prima decisione del Consiglio di Facoltà fu di riaprire immediatamente le iscrizioni a tutti e quattro gli anni, come del resto stava avvenendo anche altrove in Italia, e di definire l’ordinamento degli studi. Fu eliminato ogni riferimento alla trascorsa stagione fascista e venne ridefinita la titolazione di alcune materie: ad esempio, Demografia al posto della famigerata Demografia generale e demografia comparata delle razze. L’offerta didattica ricalcava nella sostanza quella del periodo precedente, compresa la distinzione tra materie fondamentali e complementari. Uniche novità furono l’attivazione di Sociologia e l’inserimento a statuto di Filosofia del diritto.

Guardando al complesso dei professori di Scienze politiche negli anni Cinquanta-Sessanta, si può dire che si trattava di studiosi di buona e per lo più ottima caratura scientifica, noti e stimati nei rispettivi ambiti disciplinari, che si riconoscevano in sistemi valoriali differenti. Anche in età repubblicana si ripresentò la situazione di docenti impegnati nella scena pubblica o nei circuiti culturali extra-accademici. Dal punto di vista organizzativo e materiale, i primi anni di attività furono piuttosto difficoltosi per la Facoltà poiché pesava l’inadeguatezza delle risorse finanziarie. Sul versante degli studenti la Facoltà confermava la sua dimensione medio-piccola, nonostante il numero degli iscritti crescesse con regolarità.

Registro delle carriere degli studenti a.a. 1949-1950

La Facoltà non soltanto si rafforzò, ma visse una stagione di vera e propria euforia, in particolare nel periodo a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta. La politica, nei suoi aspetti multipli e considerata da differenti prospettive disciplinari, fu il perno intorno al quale ruotò l’attività didattica e di ricerca. Non è un caso se, con esplicito riferimento all’opera di Platone, Leoni volle intitolare Il Politico la rivista fondata e diretta dal maggio 1950, che ben presto acquisì, e fece acquisire alla Facoltà, prestigio e autorevolezza. In Facoltà, oltre a numerosi seminari e conferenze si organizzarono importanti congressi scientifici, anche internazionali.

Ad alimentare la buona nomea della Facoltà contribuivano anche i nuovi Istituti e centri che erano andati via via sorgendo, molto attivi sul piano della ricerca scientifica e dell’attività convegnistica: nel 1957 l’Istituto di Storia delle dottrine politiche, nel 1958 l’Istituto di Statistica con il suo Centro di ricerche economiche e sociali, nel 1966 il Centro di studi per le Comunità europee. Nel 1959, su progetto di Beonio-Brocchieri, nacque il Centro studi per i Paesi afro-asiatici, denominato dal 1960 Centro studi per i Popoli extra europei, che sarà intestato dal 1990 a Cesare Bonacossa, antico allievo e mecenate. Presto Scienze politiche di Pavia si affermò come punto di riferimento per gli studi di area, grazie non soltanto al Centro studi per i Popoli extra europei, ai corsi linguistici, alla collana di studi ad hoc, alla ricchissima biblioteca specializzata, ma anche in virtù della qualità scientifica e del rigore metodologico di storici di vaglia, come Giorgio Borsa e Carlo Giglio, i quali peraltro si muovevano da prospettive contrapposte: il primo dando vita a una vera e propria «rivoluzione copernicana» nelle ricerche sull’India e sulla Cina, il secondo, che coltivava un autentico «culto dei documenti», ponendosi nel segno della continuità metodologica e interpretativa con il passato coloniale, ma conducendo ricerche originali e avviando altresì una poderosa raccolta di fonti sulla storia dell’Africa e dei possedimenti europei, che rimane a tutt’oggi un patrimonio unico in Italia.

Tra contestazione e riforma

La scomparsa di Leoni (1967) coincise con un momento di incertezza: la contestazione studentesca scoppiava in anticipo a Pavia. Scienze politiche fu una delle prime Facoltà a essere occupata, dal 12 al 16 dicembre 1966. La mobilitazione, attuata da «un folto gruppo di studenti e da quasi tutti gli assistenti» stava a segnalare il disagio per i ritardi del governo nel dare attuazione alla riforma universitaria e al contempo serviva per mettere in luce le questioni specifiche, da affrontare e risolvere in Facoltà. Il neo preside Ferri dapprima difese, davanti al Senato accademico, le ragioni degli occupanti, poi, di fronte al protrarsi del movimento, pretese lo sgombero dei locali. L’occupazione si ripeté nel marzo 1967, stavolta in forma molto più radicale e politicizzata. Il Consiglio di Facoltà reagì con durezza e in breve il fermento si acquietò. Tuttavia, l’armonia tra docenti e allievi, reale ai tempi di Leoni, sembrava ormai perduta. Gli studenti presero a distinguere tra i professori “democratici”, con i quali era possibile intrecciare un dialogo, e gli altri, appellati con termini più o meno rudi, che andavano invece frontalmente contestati.

La “questione universitaria” era al centro del dibattito pubblico: con il decreto Scaglia (1968) si introducevano significative novità, come gli indirizzi di specializzazione e si lasciava alle singole Facoltà di decidere i piani di studio relativi a tali indirizzi, attingendo da una lunga lista di insegnamenti stabiliti dalla legge stessa. A Pavia, a Scienze politiche, dove da poco tempo si erano introdotte due materie accademicamente giovani ma qualificanti come Storia dei partiti e movimenti politici (1964, Colombo) e Scienza della politica (1967, Albertini), si mise mano alla bozza di nuovo ordinamento e si previde un importante ampliamento dell’offerta didattica. La pressione studentesca produsse l’effetto di spingere gli organi accademici ad approvare rapidamente il nuovo ordinamento. Dopo il biennio propedeutico, che contemplava nove materie obbligatorie (Storia moderna, Storia delle dottrine politiche, Sociologia, Statistica, Economia politica, Politica economica e finanziaria, Istituzioni di diritto pubblico, Istituzioni di diritto privato, Diritto costituzionale italiano e comparato), i percorsi di studio si dipanavano in cinque indirizzi di specializzazione: politico-amministrativo, politico-economico, politico-internazionale, politico-sociale, storico-politico; 19 erano gli esami da superare, oltre a due lingue straniere, di cui una era obbligatoriamente l’inglese; amplissima la scelta tra gli insegnamenti inseriti a statuto. Per l’esame di laurea erano richieste una dissertazione scritta e due tesine, da discutere oralmente. Diventavano più duttili i percorsi formativi. La flessibilità veniva ulteriormente assicurata dalla possibilità di combinare materie di due indirizzi.

Dopo il ’68 lo “studente tipo” di Scienze politiche cambiò inevitabilmente, ma mantenne quella cifra che l’aveva sempre caratterizzato, cioè di dover essere un “curioso sociale”, come ripeteva Scaramozzino. Le occasioni di incontro e confronto scientifico o di discussione su temi di attualità non mancheranno mai in Facoltà. Il “modello Pavia”, in tal modo riassettato, ha consentito alla Facoltà di mantenere, fino a oggi, una posizione di tutto rilievo nella gerarchia delle altre Facoltà di Scienze politiche in Italia.


Si ringrazia il curatore dell’opera, Dario Mantovani, per la gentile concessione. Tutti i diritti di riproduzione restano riservati.